Ayutthaya, in Thailandia, 78 km a nord di Bangkok, è stata una fiorente città stato per circa 4 secoli, fino a che le armate burmensi non la distruggessero nel 18 secolo lasciando le rovine di quella che fu chiamata (come altre città d'altronde) la Venezia dell'Est.

Palomar, nell'esercizio educativo di una visita al museo locale, entra senza preparazione in una stanza in penombra, non aspettandosi di trovare tanta ricchezza.
Negli anni '50 del 20° secolo, un po' per caso s'era scavato nelle profondità di un "Prang" (torre religiosa, punto centrale del tempio) trovandovi il classico tesoro nascosto: un contenitore rettangolare in pietra di un metro d'altezza custodiva numerosi preziosi in oro sfuggiti ai ladri e ai tombaroli Thailandesi; statue e lamine d'oro raffiguranti animali, oggetti d'uso quotidiano come pettini, bracciali e spade (ovviamente in oro o ricoperti d'oro o impreziositi d'oro) e immagini del Buddha in tutte le forme e posizioni possibili.
Perché, cosa non detta precedentemente, il sito, come il tempio che lo custodiva, come la città che lo ospitava, come la popolazine che la costruì, erano buddisti.
Palomar guardava un cosino grande un 1/3 di chicco di riso (così diceva la placca esplicativa) custodito in una matrioska dorata a forma di coroncina thailandese (simile quindi alla torri a cono dei templi lì intorno), e non si stupiva più di tanto nell'essere di fronte ad una reliquia del Buddha (d'altronde veniva da un  paese dove le reliquie religiose la facevano da padrone e sapeva bene che valore dare loro: unendo tutti i frammenti della croce del Cristo sparsi in giro per chiese, santuari e obelischi si sarebbe ottenuta l'arca di Noè, tanti erano i falsi).
Era stupito da altro; una verità semplice, ma non per questo meno difficile da percepire. Gli venne da compararsi al Buddha quando, seduto sotto un  albero di pipal (un albero di fico) in Bodh Gaya, India, in meditazione da giorni, realizzò l'illuminazione e da Siddartha divenne Buddha (l'illuminato). Egli comprese le 4 leggi fondamentali del Buddismo e proseguì nella sua disciplina del giusto mezzo: non privarsi troppo nella vita ma mai indugiare nell'opulenza.
Dopo aver riflettuto se fosse il caso di diffondere la sua dottrina tra gli stolti che popolano questo mondo e spinto da uno spirito divino (Brahmā Sahampati) con la pragmatica motivazione "almeno qualcuno capirà", cominciò il suo cammino d'insegnamento nel nord dell'India.

Come scrisse Alexander Supertramp prima di morire di fame da solo in una foresta in Alaska, "la felicita è niente se non è condivisa".
Palomar sapeva tutto questo, ma non s'era mai soffermato a sufficienza su un importante  particolare: perché i Buddisti (come anche i seguaci di altre importanti religioni) troppo spesso sovvertono il messaggio fondamentale del loro profeta e danno più importanza ai beni materiali che alla pace celeste?
Cosa c'entrava una pagoda dorata e centinaia di raffigurazioni di un uomo che da principe (è per questo che il Buddha ha i lobi allungati, a testimonianza dei pesanti e ricchi orecchini che portava in gioventù) s'è fatto povero e uomo comune?
Palomar si sentì triste per quell'uomo indiano chiamato Siddharta Gautama vissuto 4 secoli prima di Cristo e per tutti i grandi idealisti del passato che sinceramente pensano di conquistare la mente e i cuori degli uomini spingendoli ad amarsi l'un l'altro, ma che non fanno altro che allevare una nuova stirpe elitaria che userà la loro pietevole e ammirevole vita per continuare a fare di questo mondo una piramide sociale.

<Non è forse questo che rappresentano tutti gli edifici religiosi del mondo, la concezione verticalista e disegualitaria della comunità umana?> pensava Palomar mentre osservava il Sole tramontare dietro un alto Prang.