Palomar guardava le foto in bianco e nero di una signora sui 40 anni. Il viso sembrava sereno, disteso; lo sfondo bianco mentre lei indossava una tunica scura, i capelli corti. Palomar non sapeva il nome di quella donna morta una trentina d'anni prima; non portava nemmeno il numero identificativo come tutti gli altri nelle foto lì esposte, e questo non faceva altro che accrescere l'estraneità dell'atteggiamento di lei. Palomar si chiedeva se quel sorriso serafico fosse figlio di ignoranza o completa accettazione del proprio destino; quella sarebbe stata l'ultima foto da viva per quella cambogiana come per tutti gli altri ritratti nelle foto al museo sul genocidio di Phnom Penh. Tra il 1975 e il 1979 i Khmer Rouge, guidati da una folle elìte erudita di ideologia marxista, avevano governato la Cambogia con determinazione e spietatezza. Volevano trasformare il paese in una enorme comune agraria dove ogni compagno doveva spaccarsi la schiena arando e costruendo non secondo i propri bisogni e possibilità (come predica il comunismo), ma secondo i bisogni e i capricci dei 6 leaders rivoluzionari capeggiati dal famigerato fratello numero 1, Saloth Sar (conosciuto poi come Pol Pot). Nell'attuazione di questo ambizioso quanto folle progetto, molti dissidenti, intellettuali, politici, studenti ma anche contadini e gente comune furono uccisi, non prima di essere detenuti, interrogati e torturati. Il museo del genocidio cambogiano a Phnom Penh si trova nei locali del più famoso centro di interrogazione, detenzione e tortura del periodo polpottiano, l' "S21" (Security Office 21) che a sua volta era stato una scuola superiore. L'edificio, circondato da filo spinato, si trova in mezzo alla città, circondato da case, negozi e persone che vivono tranquillamente la loro vita. Ci si chiede come potessero essere commesse atrocità medievali a due passi dal vivere quotidiano, e più in generale come possa essere accaduto che forse 3 milioni di persone siano morte durante i 4 anni di Pol Pot senza che l'intero paese si gonfiasse di un sano disgusto di opposizione al regime. Dovette intervenire il Vietnam a liberare la capitale, ormai semideserta dopo le purghe e le deportazioni in massa di cittadini verso le campagne. Palomar si trovava ora all'entrata del museo; aspettava una guida per sentire qualche aneddoto in più riguardo quei volti scomparsi nel tempo, era con Incandenza e il Barone Lamberto. Nel sentire un responsabile del museo promettere ad un altro gruppo la prossima guida disponibile (evidentemente i 6$ per loro tre erano meno ghiotti dei 12$ per il gruppo da sei), Palomar esercitò il suo fondamentale e più importante diritto come essere umano: protestò. In tutta risposta l'omino responsabile rispose: <We don't belong to you, we belong to our goverment> (non apparteniamo a te, apparteniamo al nostro governo), lasciando intendere che Palomar, con le sue rivendicazioni, contava come il 2 di picche, ma esprimendo in realtà soltanto una sudditanza mostruosa verso lo stato, mostruosa specialmente dopo quegli anni di dittatura. Di controrisposta Palomar provò allora un forte istinto omicida verso l'arrogante omino che abusava della sua misera posizione di potere, ma se lo tenne per sè. Riflettendo pochi secondi dopo sull'episodio mentre, tornato nelle sale del museo avendo esercitato l'ultimo suo diritto in questo tipo di società e cioè il consumo critico e avendo quindi rinunciato alla guida, Palomar trovò tutti gli elementi del regime di Pol Pot, come di tutte le altre dittature (e non) che hanno governato, governano e governeranno questo mondo: mancanza della giustizia, burocrati adagiati nelle loro poltrone di relativo comando al relativo riparo dal relativo regime, una impotente minoranza che protesta senza proseliti e soprattutto una maggioranza silenziosa che col suo tacito consenso permette tutto ciò. La violenza, le torture e le uccisioni sono solo contorno; il popolo miope si lascia impressionare dal truculento gridando allo scandalo e predicando l'incomprensibilità di tali azioni, quando invece a volte lo scandalo è che non si rispettino le file perchè si lascia intendere che non tutti sono uguali. La triste realtà è che la violenza è in ognuno di noi e basta un nulla per scatenarla, come dimostrava la fulminea e persistente voglia di Palomar di legare l'omino per i piedi al pennone nel cortile dell'S21 dove molti erano stati issati anni prima, bandiere morte della natura umana.