Palomar apriva il rubinetto del lavello e immediatamente una miriade di piccole formiche si manifestava tra i piatti e le forchette.
Come di fronte ad una catastrofe naturale gli umani corrono a perdifiato urlando e cercando di salvare la pelle, così i piccoli insetti in questione si muovevano rapidamente a ritroso lungo il loro percorso verso la salvezza mentre schizzi e gocce piombavano dall'alto senza pietà e senza logica.
Organizzate nella classica fila indiana, uscivano una ad una dalla conca mortale e poi sul bordo del ripiano per giungere al muro e infine su nel soppalco, perdendo il contatto visivo con Palomar.
Lui s'era fermato ad osservare l'evento, senza aumentare il getto e cominciare a lavare i piatti ma anche senza diminuirlo o chiuderlo per permettere loro una fuga più facile. S'era ritrovato ipnotizzato nel suo ruolo di spettatore dalle capacità divine che, sospendendo completamento il giudizio critico, aspetta il susseguirsi degli eventi con la massima attenzione e coinvolgimento, senza però voler far nulla per indirizzare gli stessi verso un finale più consono alla propria morale, ma anzi quasi divertendosi nel veder sperimentare diverse od opposte versioni del giusto da fare in tal data situazione.
Ecco quindi che Palomar vedeva con stupore le piccole formiche correre verso casa o verso un riparo dal disastro fermandosi lungo la strada per avvertire le compagne che lì ora giungevano: lo stop, un rapido contatto di antenne, la fuggitiva che riprende il suo cammino e l'appena giunta che, dopo uno o due secondi di riflessione, ecco girare di centottanta gradi e seguire il flusso.

Un piccolo miracolo di natura che regalava a Palomar l'occasione per riflettere dell'arroganza degli esseri umani nel considerarsi unici nei loro atti: lì, in quel lavello di cucina alla periferia di una megalopoli del secondo mondo, stava assistendo a genuine emozioni umane come l'ingegnosità nella ricerca del cibo, la cooperazione e l'organizzazione nella raccolta dello stesso, la paura di fronte ad un pericolo e la risposta collettiva dell'intero gruppo per porre riparo al disatro.
E ultimi ma non meno importanti, l'altruismo nel fermarsi mettendo a rischio la propria salvezza per avvertire il prossimo e il più meraviglioso di tutti, il pensiero e il libero arbitrio che quella formica aveva dimostrato semplicemente fermandosi ad elaborare le nuove informazioni e dedurne un comportamento di risposta.
Testa fissa e antenne che si muovevano lentamente, come una matita in mano ad uno scrittore che pensa, erano un segnale di una sorta d'intelligenza che il piccolo essere aveva dimostrato.

<Poveri esseri umani> pensava Palomar <piccole formiche dell'universo che si credono figli di un dio e dotati di una mente ed un pensiero unici, ma che non sono altro che agglomerati di molecole che si agitano in funzione di logiche chimiche e fisiche>.

Pensato ciò, Palomar prese la spugna e cominciò a strofinare, dimenticando che anche quel gesto era frutto di infiniti bivi evoluzionistici e comportamentali che avevano portato una scimmia africana a mettersi le mutande e credersi diversa.